Sono più di tre milioni gli iscritti, dislocati in quasi duecento paesi del mondo, al sistema di geolocalizzazione che agevola gli incontri: basta scaricarsi la app di Grindr, il “tritacarne”, ed eccola la “Soluzione per incontrare amici gay, bisessuali o solo curiosi liberi vicino a te”. Si inserisce il proprio profilo, meglio se con un’immagine ed immediatamente, grazie al Gps, ecco comparire la lista di iscritti disponibili, ordinati in funzione della vicinanza al proprio smartphone, fino a poche decine di centimetri. Nata nel marzo 2009 e cresciuta esponenzialmente fino a oggi in forza di un’ampia partecipazione gay, Grindr lavora sul superamento dei tempi morti: se internet ha avuto successo perché attraverso chat, foto e messaggi si può operare una selezione dei propri interlocutori a monte dell’incontro fisico, questa app va oltre: non c’è nemmeno bisogno di spostarsi, di prendere un taxì e andare magari ben a un paio di isolati di distanza per incontrare. L’operatività è immediata con, in più, il gioco del vedo/non vedo che, comunque la si metta, una certa dose di adrenalina la piazza in circolo. Senza dimenticare la tanto apprezzata sincerità che su internet latita abbastanza: provate un po’ a dire che siete in un altro posto quando state sotto geolocalizzazione. O provate a tirarvi smodatamente giù l’età quando potreste essere a pochi centimetri dal vostro interlocutore. Niente, non si può e l’ebbrezza sta proprio in questo, anche se la questione funziona ottimamente nella comunità gay, sembra molto meno in quella etero che gode, comunque, anch’essa della sua app con Blendr. La geolocalizzazione per tutti, in buona sostanza, è buona e funziona, anzi, ci fa sentire anche più sinceri: siamo qui, siamo questa cosa qui e la verità e a pochi centimetri dal tuo viso. Che sia per sesso, per due chiacchiere dopo una giornata di lavoro o per amicizia, tracciamo noi stessi dentro l’universo mondo dei social network, mettiamo foto intime su bacheche virtuali, teniamo aperte chat costanti e percorribili in eterno, o qualcosa di simile. Fino ad arrivare a segnarci col Gps per sapere quanto siamo fisicamente prossimi. Poi, però, si va al ristorante e si paga cash: “Non voglio che la mano invisibile, anzi la mano morta, dello Stato possa sapere quello che faccio e come spendo i miei soldi”. Nel paradosso si consuma il dubbio: ma allora è una questione di privacy o di evasione fiscale?



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