Editoriale – Tango e Cash, i labrador che danno la caccia al contante e gli spalloni in poltrona Frau

2 gennaio 2012
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Si chiamano così, Tango e Cash i due giovani Labrador dell’unità cinofila della Finanza che operano all’aeroporto di Malpensa. Niente coca, né eroina o altre droghe che filtrano nel loro naso sensibile, a mandarli fuori di testa sono l’odore dell’inchiostro e delle filigrane delle banconote. Tutte le banconote, euro, dollari e franchi svizzeri in testa, che escono da valige, cinture, scarpe, container e capi di biancheria intima. Oltre a loro, l’Italia dispone, da autunno, di altri otto labrador posizionati ai valichi di Chiasso e negli aeroporti di Torino, Venezia, Roma e Napoli. E funzionano: soltanto tra giugno e novembre scorsi, nell’intero Paese, sono stati sequestrati 27 milioni e 300 mila euro di valuta illegale, anche grazie al loro fiuto. Perché dentro una ventiquattr’ore destinata oltre frontiera e stipata con banconote da 500 euro ci stanno fino a 12mila pezzi per un valore di 6 milioni di euro. Anche se sempre di briciole si tratta perché, come racconta un recente articolo di Repubblica, la Guardia di Finanza ha accertato ben 11 miliardi di euro sottratti al Fisco: “Di questi, il 26 per cento attraverso società con sede legale all’estero e attività produttive stabili ma occulte nel nostro Paese. Il 18 per cento con l’antico strumento elusivo della cosiddetta estero-vestizione di società e persone fisiche di chi le tasse dovrebbe pagarle in Italia. Il 17 per cento, con quel gioco di vasi comunicanti detto “transfer pricing”, la cessione di quote di reddito tra consociate con la cessione di beni o prestazione di servizi, per concentrare gli utili soggetti a tassazione sulla società del gruppo che gode di un regime fiscale estero di favore. Il 39 per cento, con altre manovre evasive”. Oggi il denaro non si muove davvero, oggi: “Chi vuole far sparire denaro oltre confine o farne rientrare quando serve, è sufficiente appoggiarsi a organizzazioni in cui il mediatore italiano A (avvocato d’affari o commercialista che sia), chiede al suo reciproco professionista svizzero B di depositare presso un conto elvetico un cifra X per conto del suo cliente italiano signor Rossi. La somma depositata in Svizzera uscirà dalle disponibilità del mediatore B e dunque si muoverà solo all’interno dei confini di quel Paese, regolarmente. Ma quella somma, in realtà, da quel momento sarà nella esclusiva disponibilità del signor Rossi, cittadino italiano, che l’avrà consegnata in contanti e per equivalente, in Italia, ad A, il suo mediatore. A e B, a quel punto, regoleranno in compensazione quella somma”. Gli spalloni moderni, in sostanza, quelli che un tempo spostavano i soldi oltre confine in cambio di una piccola percentuale, oggi non si schiodano dalla poltrona e, con un giro di prestiti tra ‘persone per bene’, alla fine restano tutti compensati. Tranne il Fisco, tranne noi. Sicuri che, allora, lo Stato non abbia quantomeno il diritto di provare con mezzi leciti a contrastare queste ‘persone per bene’? Che, in nome della privacy e di suggestive dietrologie a presa rapida sul Leviatano bancario, Serpico debba per forza passare per un delinquente? Che, infine, l’idea del ‘tanto quelli la scampano sempre perché la sanno più lunga’ non possa essere soltanto una scusa per non far nulla e difendere, di sponda, il proprio micro-orticello di illegalità?

Andrea Begnini
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